L’ingegnere del Politecnico spiega gli obiettivi attuali della RFId: «Piuttosto che l’applicazione del chip sottopelle, su cui personalmente ho delle riserve, credo che l’RFId possa invece permettere di migliorare la qualità della vita».
Facendo un esempio, «quando mi reco in Comune per avere dei certificati, se ho un chip in una carta che tengo nel taschino potrei riuscire a non avere più bisogno della compilazione di tanti moduli, che mi chiedono sempre le stesse informazioni, e rivolgermi direttamente allo sportello per ottenere ciò che mi serve». Questo, aggiunge l’ingegnere del Politecnico, «è quello che intendo per liberarsi dalla «ripetitivita» della «identificazione».
«E questo vale in Comune, ma anche in tantissimi altri posti: dall’ospedale ai mezzi del trasporto pubblico. In Italia l’RFId è sviluppato, e ci sono, restando al sistema dei trasporti, a Brescia e a Milano, solo per citare due casi, già abbonanamenti che permettono il riconoscimento del titolare che viaggia tramite chip basati sulla tecnologia RFId».
Tornando al discorso del chip sottopelle, che la stessa Authority per la privacy ha giudicato inammissibile, Miragliotta ricorda come «in Italia c’era stato un progetto ospedaliero che prevedeva, in accordo con il Garante per la protezione dei dati personali, l’inserimento di chip nei tessuti per una categoria di malati, quelli in stato di incoscienza». Ma anche in questo caso «il progetto è rimasto sulla carta». Segue alla pagina 3