NEW YORK. È il momento dell’uomo bionico o il chip sottopelle è soltanto la moda del momento che svela una nuova tecnologia? Negli Stati Uniti, è il tam tam che corre su internet, tra i giovani è trendy farsi installare piccolissimi microcircuiti che permettono ai sensori posti dietro la porta di casa di riconoscerti e farti entrare. Oppure, è il caso di una discoteca spagnola: lì i clienti entrano senza passare dalla cassa. A riconoscerli è sempre un chip indossato sotto la pelle. In Gran Bretagna poi, Kevin Warwick, uno dei pionieri di queste ricerche, sta cercando di far dialogare sistema nervoso e silicio in modo tale da trasmettere direttamente i suoi comandi cerebrali in maniera digitale.
Impazza insomma la Radio Frequency IDentification (RFId), un microchip che contiene dati (tra cui un numero univoco universale scritto nel silicio) e una antenna che permette di ricevere e di trasmettere con radiofrequenze i dati. Una carta di identità sempre a vista, indistruttibile e a prova di truffe. E che domani secondo i profeti del cyborg potrebbe fare chissà cosa. Ma gli esperti frenano.
Giovanni Miragliotta, l’ingegnere a capo dell’Osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano, che si occupa del monitoraggio del mondo italiano dell’RFId, risponde con grande cautela: «Sono cose che colpiscono, ma è roba da fantascienza. Mentre noi siamo ingegneri. E ci sembra già un grande passo in avanti quello di potersi liberare dalla necessità dell’identificazione ripetitiva che contraddistingue il nostro quotidiano». Segue alla pagina 2